Per chi si chiedesse cosa è rimasto della (ormai) vecchia disciplina normativa nazionale volta a fronteggiare la pandemia, le risposte sono apparentemente confuse e disorganiche.
Da un lato, l’irrompere sulla scena dei vaccini ha determinato il cambiamento dei parametri operativi sulla cui base adottare le misure di contenimento, dall’altro, l’impianto giuridico messo in piedi nella fase ante vaccini resta sostanzialmente in piedi, pronto a riespandersi nel caso di risalita improvvisa e incontrollata del numero dei casi gravi.
Perdura infine l’obbligatorietà di misure precauzionali (tipo il distanziamento sociale) che ormai sembrano entrate definitivamente nel nostro quotidiano.
La divisione del territorio nazionale in zone è ancora valida.
Posto che la zona bianca fino al 5 dicembre 2021 è stata una specie di oasi di normalità in un quadro normativo comunque di “eccezione” (si pensi all’obbligo di mascherine al chiuso e di esibizione del green pass, al divieto di assembramento e alle linee-guida anti-covid da rispettare nell’esercizio delle attività economiche e ricreative), la zona gialla scatta nelle Regioni nei cui territori si verificano contemporaneamente le seguenti condizioni:
- l'incidenza settimanale dei casi è pari o superiore a 50 casi;
- il tasso di occupazione dei posti letto in area medica per pazienti affetti da COVID-19 è superiore al 15 per cento, ma non al 30 per cento dei totali;
- il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva per pazienti affetti da COVID-19 è superiore al 10 per cento, ma non al 20 per cento, dei posti letto comunicati dalla Regione come disponibili e dedicati in via esclusiva a tali pazienti.
Ad esempio, in uno dei primi casi di passaggio dalla zona bianca alla zona gialla - quello della Regione Friuli Venezia Giulia -, la zona gialla è scattata quando il 26 novembre 2021 è stato constatato in Cabina di regia (ovvero dal gruppo di lavoro costituito presso il Ministero della Salute per il monitoraggio del livello di rischio) che erano presenti i seguenti tre indicatori: incidenza dei contagi pari 346,4 casi, tasso di occupazione di posti letti in area medica del 19,5% e tasso di occupazione dei posti letti in terapia intensiva del 16%.
La zona rossa prende forma, invece, quando l'incidenza settimanale dei contagi è pari o superiore a 150 casi ogni 100.000 abitanti, il tasso di occupazione dei posti letto in area medica per pazienti affetti da COVID-19 è superiore al 40 per cento e il tasso di occupazione dei posti letto in terapia intensiva per pazienti affetti da COVID-19 è superiore al 30 per cento.
Nel mezzo, quando una Regione è “attraversata” dal contagio ma non ha parametri tali da potere stare né nella fascia bianca, né nella fascia gialla, né nella fascia rossa, prende vita la zona arancione.
La norma che regola queste fattispecie è rinvenibile nell’art. 1, comma 16-septies del decreto legge 16 maggio 2020 n. 33, come modificato dall’articolo 2, comma 2, lett. c) del decreto legge 23 luglio 2021, n. 105. Un vero rompicapo.
Ma cosa significa per i cittadini, oggi, vivere in una zona piuttosto che in un’altra?
Qui le cose si sono notevolmente complicate per alcuni (e alleggerite per gli altri), con l’avvento del green pass rafforzato.
Secondo il nuovo comma 2-bis dell’articolo 9-bis del decreto legge 22 aprile del 2021 n. 52, infatti, così come introdotto dal decreto legge 24 novembre 2021 n. 172, “nelle zone gialla e arancione, la fruizione dei servizi, lo svolgimento delle attività e gli spostamenti, limitati o sospesi ai sensi della normativa vigente, sono consentiti esclusivamente ai soggetti in possesso di una delle certificazioni verdi COVID-19 di cui all'articolo 9, comma 2, lettere a), b) e c-bis), e ai soggetti di cui al comma 3, primo periodo, nel rispetto della disciplina della zona bianca. Ai servizi di ristorazione di cui al comma 1, lettera a), nelle predette zone, si applica il presente comma ad eccezione dei servizi di ristorazione all'interno di alberghi e di altre strutture ricettive riservati esclusivamente ai clienti ivi alloggiati e delle mense e catering continuativo su base contrattuale, ai quali si applicano le disposizioni di cui al comma 1”.
D’altra parte, una disposizione transitoria (art. 6 del citato decreto legge n. 172 del 2021) ha stabilito che anche in zona bianca, per il periodo che va dal 6 dicembre 2021 al 15 gennaio 2022, “lo svolgimento delle attività e la fruizione dei servizi per i quali in zona gialla sono previste limitazioni sono consentiti esclusivamente ai soggetti in possesso delle certificazioni verdi COVID-19 di cui all'articolo 9, comma 2, lettere a), b) e c-bis), del decreto-legge n. 52 del 2021, nonché ai soggetti di cui all'articolo 9-bis, comma 3, primo periodo, del predetto decreto-legge n. 52 del 2021”. In tali servizi sono ricompresi anche quelli di ristorazione, ad eccezione della ristorazione alberghiera e delle mense, a cui si può accedere anche con il green pass base.
In breve, tutta una serie di attività e servizi sono consentiti soltanto ai soggetti vaccinati contro il Covid-19 o guariti dalla malattia, seppure “entro i termini” di validità del green pass, o ai soggetti di età inferiore ai dodici anni, in via permanente nelle zone gialle e arancioni, e, temporaneamente (fino al 15 gennaio 2022), anche nelle zone bianche.
Vi siete un po’persi, vero? Nessun problema. Ci sono sempre le FAQ governative e le news di Sarzanini e Guerzoni su Corriere.it a ricordarvi tutti gli obblighi da rispettare, una volta “individuata” la propria categoria di riferimento e la propria fascia regionale di appartenenza.
Qui invece dobbiamo esaminare le falle di una disciplina normativa che già nasce naturalmente “perdente”, quanto ad efficacia applicativa, per l’eccessiva complessità e prolissità.
All’interno di queste falle si annidano veri e propri bug del sistema, contraddizioni e vuoti normativi dettati da compromessi politici e discutibile creatività del legislatore, sull’onda di un’emergenza a volte indecifrabile e indefinibile, che appesantiscono ulteriormente un ordinamento giuridico già di per sé indebolito da norme che tendono a preservare interessi conservativi, a volte contigui a fenomeni criminali, a discapito dell’efficienza e della produttività del sistema Paese.
C’è una definizione anche per questa fascia trasversale e dal colore grigiastro: zona franca. Una o più aree “libere”, esenti, dove le regole vigenti subiscono delle inopinate e parziali sospensioni di efficacia.
La prima zona franca è quella della comunicazione e dei controlli.
La pandemia, probabilmente anche a causa di alcune peculiarità del virus che sta affliggendo l’umanità (e di cui non è ancora stata chiarita con certezza l’origine), ha generato nella risposta dei governanti delle risposte fatte di “barriere” a volte bizzarre, esaltando, in generale, e in negativo, la disorganizzazione e l’approssimazione croniche di alcuni sistemi nazionali.
Anche se l’opinione pubblica dominante tende ultimamente a dimenticarlo, l’Italia è tuttora uno dei Paesi occidentali/sviluppati con la più alta letalità da Covid-19 e con la più forte base legale di restrizioni.
Al 18 dicembre 2021, tanto per fare un esempio, il vituperato Regno Unito di Boris Johnson – Paese comparabile all’Italia per numero di abitanti, densità di popolazione e standard di vita -, pur avendo di fatto eliminato la maggior parte delle restrizioni alla libertà individuale, aveva 125 decessi giornalieri, a fronte dei nostri 123 decessi giornalieri, secondo i dati della Johns Opkins University.
Fino a quando non avevamo i vaccini, le misure di contenimento sono state, secondo alcuni, o inefficaci o sproporzionate.
Ma anche a volere seguire la tesi per cui si è fatto tutto ciò che era necessario per fronteggiare l’emergenza, occorre allora chiedersi come mai gli obiettivi di riduzione della morte e dei casi gravi (non del contagio) sono stati temporaneamente raggiunti soltanto a seguito della vaccinazione di massa.
Vaccinazione che, è bene ricordarlo, una fascia di popolazione ha senz’altro compiuto per senso di dovere civico; tutti gli altri, in ordine sparso, si sono vaccinati o per paura delle conseguenze della malattia sulla propria persona e su quella dei propri cari, o per ritornare a godere di utilità che nel mondo moderno si davano ormai per scontate, anche sulla spinta dell’introduzione del green pass (cenare in un ristorante, fare una nuotata in piscina o assistere ad uno spettacolo teatrale, tanto per fare dei piccoli esempi).
La sensazione è che il Governo italiano abbia puntato tutto sui vaccini non perché fosse considerata l'arma definitiva per uscire dalla morsa del virus (perché altrimenti sarebbe stato naturale disporre immediatamente l’obbligo vaccinale per tutti ed eliminare subito dopo le restrizioni), ma perché consapevole dell’incapacità di fare rispettare regole che erano diventate sempre più numerose, pervasive e demolitrici dell’economia, e rispetto alle quali persino alcuni dei soggetti incaricati di farle rispettare (forze dell’ordine) si erano mostrati dubbiosi.
Con la conseguenza di una comunicazione istituzionale che è sembrata avallare la risibile tesi – rivelatasi infine infondata – della “pandemia dei no vax” e ha di fatto inoculato nei vaccinati, oltre al farmaco, una sicurezza erronea di essere al riparo dal virus.
E tuttavia, fino ad oggi, i mezzi del trasporto pubblico locale (ivi compresi i treni regionali e interregionali), stracolmi e senza alcuna sorveglianza, né sul rispetto del numero massimo di persone a bordo né sul rispetto delle regole di precauzione vigenti, sono stati una perfetta zona franca per il virus.
In compenso, gli autisti degli autobus si sono “protetti” delimitando un’ampia area di distanza dai passeggeri e riducendo ancora di più il numero dei posti disponibili a bordo.
Se possibile, il rimedio adottato a partire dal 6 dicembre dal Governo (estensione dell’obbligo di green pass sui mezzi di trasporto pubblico locale) è ancora più surreale.
Tanto per cominciare, si tratta di green pass semplice e non di green pass rinforzato. Questo significa che è possibile farsi un tampone “rapido” prima di salire a bordo (inverosimile, ma possibile), con tutto ciò che ne consegue in termini di contenimento del contagio, visto e considerato che il tampone antigenico non viene comunemente ritenuto molto affidabile. In secondo luogo, poi, la norma sui controlli (art. 9-quater, comma 3 del d.l. n. 52 del 2021) prescrive che le verifiche sul rispetto delle prescrizioni anti-covid “possono essere svolte secondo modalità a campione”.
E’ una prescrizione stupefacente, se ci pensate. Ogni obbligo comporta normalmente una sanzione e ogni sanzione per essere applicata deve essere preceduta da un controllo. La modalità del controllo è random, a campione o sistematica. Ovviamente, la necessità di “stringere” o meno le maglie del controllo dipende dall’importanza dell’obiettivo da raggiungere e dal sacrificio che si chiede ai consociati per raggiungere quell’obiettivo.
La modalità di controllo a campione, in caso di obiettivi così sensibili (ridurre il contagio, e con esso mortalità e terapie intensive), assomiglia un po’ a un “vorrei ma non posso”.
Delle due l’una, a questo punto. O la diffusione del virus non viene considerata in questo momento un pericolo serio, e allora non si capisce perché uno debba farsi un tampone o vaccinarsi per spostarsi da un luogo all’altro della sua città o della sua Regione su mezzi di trasporto pubblico che contribuisce a finanziare con le imposte che paga (sperando che le paghi). O la diffusione del virus non viene controllata in modo serio, e allora non si capisce perché a questo punto non venga a monte interdetto l’accesso all’autobus al semplice “tamponato”.
Anche perché, se diamo fede ai numeri – e i numeri ci dicono, parlando della variante Delta, che il rischio di contrarre la malattia grave o di morire per un vaccinato diminuiscono grandemente rispetto a un non vaccinato, ma il rischio di contagio rimane significativo anche tra vaccinati, dopo poco tempo dalla seconda dose – non è facile comprendere perché lo Stato mandi di fatto al patibolo un suo cittadino, consentendogli di entrare con un semplice tampone antigenico in un luogo affollato, dove ci sono serie possibilità che anche un vaccinato possa trasmettergli il virus.
C’è poi la zona franca della prevenzione tout court.
Prendiamo il caso degli istituti scolastici. Non è stata fatta nessuna analisi di rischio seria. Si è passati dai banchi a rotelle alle finestre aperte di inverno. Dalla quarantena per tutti con un positivo, alla quarantena per tutti con tre positivi, giravolte governative a parte. Eppure la pandemia corre tra le aule da quasi due anni. Due anni scolastici che hanno visto il pessimo surrogato della DAD, ad oggi di nuovo incombente.
Ma nessuno al Governo ha pensato di stanziare e prevedere fondi veri e risorse congrue per un diverso modello scolastico – da attuarsi con urgenza -, con utilizzazione di ambienti più grandi, classi meno numerose e meccanismi di filtri e ventilazione meccanica controllata.
Ancora una volta, si è pensato di risolvere tutto con vaccini e restrizioni.
Peccato soltanto che la fascia scolastica attualmente più a rischio di contagio, e quindi di successiva trasmissione dell’infezione in famiglia (nonni e persone fragili comprese), sia quella che va dai 5 e ai 12 anni, e che residua ancora un margine di incertezza non irrisorio in ordine ai risultati della sperimentazione dei nuovi vaccini su questa fascia di età, il che si riflette inevitabilmente anche sulle decisioni in merito degli stessi genitori pro-vax.
E poi c’è l’obbligo di mascherina chirurgica, quando non è possibile rispettare il distanziamento (e cioè quasi sempre, negli istituti scolastici nostrani). Una punizione veramente eccessiva per gli scolaretti, quando potrebbero stare tranquillamente a distanza in classi meno numerose o comunque con una più comoda (e traspirante) mascherina di comunità, come peraltro suggerito dall’ISS e dai pediatri.
Altra zona franca è ovviamente quella degli obblighi vaccinali. Perché procedere a singhiozzo andando a pescare di qua e di là nelle categorie professionali? Perché soltanto gli insegnanti di scuola e non anche i professori universitari? Perché le forze dell’ordine e non tutti gli operatori del comparto giustizia?
Sono domande destinate a non trovare una risposta logica, e che lasciano spazio a un’interpretazione dell’obbligo in senso limitativo e latamente punitivo. Certamente, non è una risposta logica quella secondo cui si tratta di dipendenti pubblici più esposti al rischio, per almeno due motivi. Primo: l’obbligo vaccinale, per essere legittimo, secondo la giurisprudenza costituzionale che si è consolidata in materia, deve essere funzionale a proteggere anche la collettività, e non solo il singolo, il quale in astratto potrebbe rifiutarsi di ricevere trattamenti sanitari obbligatori mirati alla sua sola salute. Secondo: il rischio di contagio è omogeneo all’interno di catene omogenee di trasmissione e vaccinare a singhiozzo all’interno di queste catene può significare spezzare l’effetto virtuoso della vaccinazione. Che senso ha, ad esempio, costringere gli insegnanti di una scuola a vaccinarsi se poi tutti gli alunni di quella scuola non hanno l’obbligo?
Esiste peraltro anche la zona franca di fatto dagli obblighi vaccinali, come è stato appurato nei caso di quegli operatori sanitari che, nonostante la mancata vaccinazione, continuavano ancora a lavorare negli ospedali o ad effettuare prestazioni mediche. Salvo, poi, il grido di allarme della categoria, connesso alla carenza di personale e volto a far tornare quegli stessi sanitari in trincea, magari previo tampone.
D’altra parte, l’arzigogolata disciplina prevista dall’art. 4-quater del decreto-legge 1° aprile 2021, n. 44, che ha esteso dal 15 dicembre 2021 l’obbligo vaccinale, tra gli altri, anche ad insegnanti e forze dell’ordine, è talmente “debole” – anche per la circostanza che si tratta di un obbligo che viene introdotto con un ciclo primario di vaccinazione già ritenuto in partenza insufficiente a garantire protezione nel tempo – da potere essere aggirata in mille modi.
Fermo restando che il richiamo (terza dose), importante contro la variante Delta e adesso essenziale contro la variante Omicron, può essere comodamente fatto “entro i termini di validità delle certificazioni verdi COVID-19”.
Ci sono infine la zona franca della malattia e la zona franca cronica del virus.
Si è scoperto con il passare del tempo e con l’esperienza sul campo che i nuovi vaccini a mRNA (Astrazeneca in Italia lo abbiamo buttato da tempo nel cestino) hanno due evidenti limiti: non rendono con certezza immuni dal contagio e perdono efficacia protettiva “piena” a partire da 5 mesi dopo la seconda dose.
Occorre dunque necessariamente fare una terza dose (il famoso richiamo sopra menzionato) per fare risalire in modo significativo le curve della prevenzione dal contagio e dalla malattia (rispettivamente al 75,5% e al 93,4%, secondo gli ultimi dati dell'Istituto Superiore di Sanità).
Non abbiamo però nessun dato su quello che succede dopo il richiamo, in termini di durata della protezione, e qualcuno parla con cognizione di causa già di quarta dose o di dose annuale. Qualunque sia la verità, è chiaro che il vaccino, a questo punto, non è di per sé risolutivo per debellare il virus, e che, senza obbligo vaccinale su scala mondiale, resta e resterà un’abbondante fascia di popolazione a rischio, con tutto ciò che ne consegue per lo sviluppo di nuovi varianti.
L’esempio più eclatante è quello della variante “omicron”. La sola notizia della sua esistenza ha destabilizzato in mezza giornata tutto il castello di carta costruito sull’epopea dei vaccini.
Si oscilla in modo imbarazzante tra la tesi secondo cui serve un nuovo vaccino per affrontare questa variante (i grandi produttori sono già al lavoro) e la tesi secondo cui basta la terza dose dei vaccini già esistenti per difendersi anche da questo ulteriore flagello.
Uno studio ha stimato che l’efficacia dei vaccini anti-Covid contro l’infezione sintomatica da Omicron è compresa tra lo 0% e il 20% dopo due dosi e tra il 55% e l’80% dopo la dose di richiamo.
Un altro studio ha ipotizzato che la nuova variante si replica meglio di Delta nei bronchi ma meno nei polmoni, con un’efficienza ad infettare il tessuto polmonare – e quindi a causare una malattia più grave – inferiore di circa 10 volte rispetto a Delta.
Nessuno però è a conoscenza di quanto duri l’efficacia di uno qualsiasi dei vaccini esistenti nel prevenire il contagio e la malattia sintomatica.
Sarà forse arrivato il momento di approntare terapie curative efficienti e di cominciare a finanziarle adeguatamente, invece di continuare a comprare scorte e scorte di vaccini che hanno un’efficacia nel tempo più che discutibile? Mai dire mai.
Resta inoltre una domanda a cui non è stata ancora data risposta: perché è stata attribuita un’efficacia convenzionale di sei mesi “di libertà” (comma 4, art. 9 del d.l. n. 52 del 2021) al guarito da covid-19, quando i casi sono tutti diversi da loro ed è presumibile che un asintomatico guarito e un sintomatico intubato per un mese abbiano sviluppato un diverso grado di anticorpi? E poi: perché un guarito asintomatico i cui anticorpi sono nel frattempo scemati dovrebbe sviluppare, una volta incontrato di nuovo il virus, una diversa reazione? E’ possibile che non esista uno studio scientifico definitivo e condiviso che abbia accertato, con conseguenze normative e prescrittive, perché alcuni sviluppano la malattia in modo grave ed altri hanno un semplice raffreddore? Continua ad essere vero oppure no, a prescindere dalla somministrazione del vaccino, che la maggior parte dei soggetti che sviluppano la malattia grave o letale sono affetti da una concausa di “fragilità” e/o hanno superato una certa età? Quanto tempo ancora ci vuole per trovare un test che ci dica con certezza se abbiamo sviluppato memoria immunologica contro questo virus, e a quale livello?
Domande destinate, per il momento, a non avere risposte soddisfacenti.
Ma qui arriviamo ad un altro punto dolente. La zona franca del contraddittorio. In questo momento storico, porre dei dubbi sulle scelte governative è molto pericoloso. Si tratta di scelte che vengono blindate con il richiamo alla Scienza con la S maiuscola e che non devono pertanto essere discusse.
Chi le mette in discussione viene subito bollato, nel migliore dei casi, come un fomentatore di teorie “ascientifiche”.
Si tratta però di un’impostazione che ha due falle logiche evidenti. Da un lato, le scelte dei Governi sono basate anche su fatti accertati dalla scienza ma conservano o dovrebbero conservare in ogni caso, nella loro applicazione concreta, un margine di discrezionalità politica, e su quel margine soffocare la libertà di critica significa soffocare la democrazia.
Dall’altro, la scienza medica e l’epidemiologia – settore quest’ultimo che si avvale largamente, tra l’altro, di strumenti statistici - non sono per definizione scienze esatte o infallibili. E non lo sono a maggior ragione quando si tratta di fenomeni nuovi e non adeguatamente conosciuti come quelli del virus sars-cov-2, su cui nella comunità scientifica non vi è unanimità di vedute nemmeno con riguardo alla sua origine naturale o artificiale.
Sostenere che c’è un altro modo per combattere il contagio e la malattia – e basta dare un’occhiata a quello che accade in Corea del Sud e Giappone – non può essere considerata blasfemia, pena il ritorno a schemi schiettamente medievali di censura del pensiero.
D’altra parte, lo stesso strumento operativo oggi utilizzato in Italia per sterilizzare o comunque minimizzare gli effetti della pandemia (green pass rinforzato e super green pass che dir si voglia) ha le sue zone franche.
In primo luogo, è stato rilevato un bug informatico nel sistema di controllo che permette ai possessori di green pass che si contagiano di continuare, qualora lo desiderino, a utilizzare indisturbati il green pass stesso. Forse non era stata messa in conto la possibilità di reinfezione, una volta vaccinati?
In secondo luogo, se i numeri di terapie intensive e ospedalizzazioni continuano a salire, c’è la zona rossa per tutti, e il super green pass diventa carta straccia. Con il paradosso che, in tesi, i residenti che sono in zona bianca in Basilicata - vaccinati esattamente come i residenti che sono in zona rossa in Lombardia e nelle altre Regioni italiane - potranno liberamente fare tutto quello che vogliono, anche se solo in … Basilicata.
Vi è infine la zona franca della razionalità, che è quella in cui cadono gli amministratori della cosa pubblica ogni volta che impongono indiscriminatamente l’obbligo di indossare le mascherine all’aperto nelle nostre città, con buona pace della stessa scienza a cui dicono di ancorarsi, e il paradosso di vedere nel centro di Roma, in Piazza di Spagna, un solerte vigile che insegue i passanti per costringerli ad indossare le mascherine, e di non trovare invece nessuno, cento metri più in là, a controllare il green pass per l’accesso alla metropolitana.
Ma decisamente illogica – oltre che contraria allo spirito europeo di comunità unitaria, come giustamente rilevato dal Presidente francese Macron – è anche la scelta di imporre, pena il divieto di ingresso in Italia, il tampone ai vaccinati d’oltralpe. Come se la variante Omicron non avesse già varcato abbondantemente le frontiere, e avesse bisogno, per replicarsi alla velocità della luce, dell’aiuto di una nazionalità diversa dalla nostra.
Resta solo da attendere, a completare il quadro dell’irrazionalità di Stato, il tampone per i vaccinati che vogliono andare al cinema. Ma almeno così verrà seppellito definitivamente il mantra della “pandemia dei no vax”: la pandemia è unica e riguarda tutti.
C’è anche da dire che in realtà tutte queste aree di esenzione, o fughe dall’ordinario che dir si voglia, sono da considerarsi quasi irrilevanti a fronte di una pandemia che continua a fare paura e dell’abitudine rassegnata alla ben più pregnante zona franca della legalità esistente nel nostro Paese, dove evasione fiscale, criminalità organizzata, finti invalidi e finti poveri continuano a drenare risorse pubbliche e a inquinare l’economia sana.
E se oggi l’unica cosa che sembra davvero contare è la lotta al virus – che di per sé sembrava aver cancellato in un colpo solo tutti i mali endemici della nostra società, appiattendo valori e disvalori in una sola direzione e verso un unico obiettivo –, allora non resta che sperare che l’ultima variante utile trasformi la malattia in un raffreddore cronico, e che sia lo stesso virus a salvarci dal virus, e infine da noi stessi.